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Rootless tree


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Stasera si è finiti a parlare con due ragazzi del Nord Italia della mia città. Ho fatto vedere foto su Instagram di meraviglie di cibo e paesaggi e vita cheap da respirare a pieni polmoni. Più ne parli e più ti viene nostalgia, anche se poi non è una vera è propria nostalgia, è più una specie di amarezza figlia dell'impossibilità di poter vivere in una città che ti ha regalato migliaia di ricordi e che ti toglie ogni volta il fiato, ma ti fa anche paura e ti ha insegnato a guardarti le spalle e ad affrontare ogni giorno pronta ad ogni evenienza. 
Magari è colpa della mia natura mista, cresciuta in paese, grande nella città, trasferita in una metropoli. Famiglia è il paese, casa è la città, presente e prossimo futuro è la metropoli. Radici in nessun luogo.

Same old story


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Ieri era la Befana e per la prima volta non ho avuto la calza. La Befana è una delle mie feste preferite, soprattutto da quando io e mia sorella siamo diventate abbastanza grandicelle da comprarci le "cose buone" da sole. Negli ultimi anni abbiamo ridimensionato un po' l'ammontare di zuccheri complessi, ma era sempre bello andare nella "busta della calza" e pescare qualcosa di diverso. 
La mia Befana ha suonato la sveglia presto, seguendo un po' la tradizione di vedermi sveglia all'alba per godermi la calza. Non avevo dormito molto, distrutta da un'insonnia a cui non saputo dare un nome. 
Ho rimesso il mio cartellino e la prima persona che ho incontrato  è stato proprio il mio Boss, nella nostra cucina, senza la sua solita giacca e cravatta. Ho rivisto anche alcuni dei miei studenti e ci siamo scambiati gli auguri. Ci sono cinesi che mi sorridono e io rispondo salutando tutti, anche se davvero non so chi siano. Ho aiutato un prof americano molto simpatico, abbiamo riso e ci siamo scambiati delle battute, neanche ci conoscessimo da una vita. L'ho aiutato con un lavoro che doveva fare e alla fine mi ha richiesto come mi chiamassi. 
E' stato bello tornare nell'ufficio amministrativo e augurare a tutti buon anno nuovo e tutti mi hanno salutata calorosamente.
Adesso sono in una posizione un po' scomoda, perché seguo i corsi del mio Boss, ma non sono la sua TA, sebbene mi abbia chiesto di continuare ad aiutarlo e gliene sia stato affidato un altro. Gli studenti mi chiedono se sia ancora io a tenere i seminari e lui mi ha detto che "pago il prezzo del mio successo", me l'ha ripetuto e io come mio solito non so accettare un complimento. La mia supervisor è disposta a pagarmi di più pur di farmi rimanere l'anno prossimo, mi fa il lavaggio del cervello per fare 'sto phd e io non riesco a decidermi. Mi sembra di essere attaccata ad un enorme elastico e appena mi pare di essere riuscita ad arrivare ad una decisione di qualsiasi natura, l'elastico ritorna e sono di nuovo punto e accapo.
Ho anni alle spalle in cui ho sempre fatto ciò che era necessario agli altri e ho reso tutti felici e contenti, senza preoccuparmi se le persone riconoscessero o meno il mio merito e dessero per scontato tutto quello che facevo.
So di essere schifosamente brava nel mio lavoro, perché il viziaccio di analizzare e il latente pessimismo mi permettono di evitare e risolvere molti problemi e qua sembrano tutti in attesa di qualcuno in grado di farlo.
Ho ancora difficoltà a fidarmi delle belle parole che mi dicono i miei capi. E non perché avverta il desiderio di compiacermi e sentirmele dire continuamente, quello che faccio è semplicemente quello che va fatto, se non lo facessi mi sentirai male, non è nella mia natura.
Ho passato una vita lavorando come un mulo in un'attività in cui credevo, e nemmeno venivo pagata, e ho mangiato montagne di merda. Credo sia normale che tenda a minimizzare quando mi fanno un complimento per il mio lavoro, è sostanzialmente una novità. E nonostante questo, temo che il pacco sia dietro l'angolo e non sono abbastanza oggettiva da capire se sia una paura infondata o un campanello d'allarme del mio istinto.

Everybody, everybody wants to love Everybody, everybody wants to be loved...


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Succede che il tuo Boss, un giovane 35enne top manager nella City, ti risponda ad una mail dal suo indirizzo di posta privata e tu, senza esitazioni, lo googli, perché la curiosità è donna e perché, alla fine, pure tu usi diversi indirizzi per diversi scopi e chissà se.
Succede che scopri che il tuo Boss, super-figo-atletico-tutto-soldi-e-successo, sia su un sito di appuntamenti per cercare una relazione a lungo periodo/moglie.
Succede che l'idea che ti eri fatta sui gusti e la persona sia esattamente quella della descrizione, e che adesso capisci il motivo di certe domande e del perché vi intendiate, l'unico errore di valutazione che hai commesso riguarda la facilità con cui è capace di trovare una donna. 
Succede che ti rendi conto che non è possibile capire cosa serva per trovare quella/o giusta/o e che forse è soltanto una questione di culo. Se non ci riesce lui, figurati se ci riesci tu, ma questo può renderti stranamente ottimista: tutto sommato la maggioranza è sulla stessa barca.

La Noyee - Yann Tiersen


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Ho sempre avuto un senso critico molto sviluppato; qualcuno le chiamerebbe analytical skills , che Wikipedia identifica come "the ability to remain neutral, quickly identify the problem, then offer sound rational solutions omitting emotion by use good reasoning in analyzing a situation and also the ability to problem solve." C'è sempre una certa neutralità in ogni mia relazione sociale, una sorta di zona grigia che pongo tra me e le persone e che mi serve per osservarle da una distanza oggettiva. Ha sempre funzionato, perchè questo mi ha salvata da ogni tipo di dipendenza emotiva e/o affettiva e ogni forzatura di questa distanza si è trasformata in un'invasione che ho sempre arginato allontanandomi di più. Mi hanno anche incolpata di essere poco affettuosa e, da qualche parte in questo blog l' ho già scritto, di non riuscire ad accettare le imperfezioni del mondo.
So di avere una notevole capacità di rimanere neutrale, una volta mi attaccarono persino accusandomi di non prendere mai posizione, di mon avere una idea sulle cose. 
In realtà ascolto tutto e analizzo constantemente. Le persone e il loro modo di agire non sono difficili da prevedere ed anticipare, se si riesce ad osservare con calma. Anche qui, tutti tendono a fidarsi di me e raccontarmi dei loro problemi perchè la maggior parte delle persone adora essere ascoltata, ma se parlassero ad un muro sarebbe ugualmente soddisfacente per loro No, non è una opinione negativa sull'umanità, d'altra parte piace anche a me essere ascoltata. 
Difficilmente rimango stupita dai comportamenti umani, perchè tutti agiamo secondo incentivi e una volta capiti quali questi possano essere, hai chiaro in mente di chi ti puoi fidare e di chi no, quali sono i loro limiti.
La gratuità non esiste, o almeno io l' ho vista pochissime volte. E quando l'ho ricevuta da chi nemmeno poi avevo sufficientemente osservato, mi ha destabilizzato, perché è davvero più unica che rara. Come la riconoscenza. Temo sempre di rimpicciolire  troppo la mia zona di protezione, quando qualcuno fa qualcosa per me, gran parte di chi mi sta intorno mi considera un muro di gomma, senza possibilità di danno, senza nemmeno il diritto ad avere le palle girate senza senso. Comunque queste due qualità, gratuità e riconoscenza, controbilanciano l'asetticità delle mie analytical skills. Faccio le cose senza dover avere necessariamente qualcosa in cambio e so essere riconoscente.
L'aver espatriato ha ridimensionato molti rapporti e non posso negare la delusione nei confronti di alcuni. Chi mi conosce sa la difficoltà che ho nel rimpicciolire la zona grigia, ma è anche e soprattutto colpa mia, che do l' impressione di farmi trovare sempre dalla stessa parte, come se niente fosse cambiato. Certo, se allontanti le persone dal tuo nucleo, alcune di esse sono cosí piene di sè che nemmeno se ne accorgono.

Il mio corpo che cambia...


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Avevo in testa di cucinarmi uno spaghetto ai frutti di mare da almeno una settimana. Quale giorno migliore se non il primo in cui sono rimasta sola a casa mentre i miei due coinquilini ripartivano per l'Italia? Ho goduto di quel piatto che non odorava davvero di mare, ma era qualcosa che lo ricordava e neanche troppo lontanamente. 
Ieri ho avuto una reazione allergica. E il mio corpo cambiava e sentivo che c'era qualcosa che non andava. Ho rassicurato le persone che non avrebbero dovuto preoccuparsi e ho fatto il numero di un amico per chiedergli di accompagnarmi al pronto soccorso. Avevo visto il mio corpo invaso da macchie rosse e pruriginose, sempre più aggressive. 
Sono in terra straniera. La lingua dei medici non è la mia lingua. Le regole degli ospedali non sono le mie regole. Ho telefonato alla mia supervisor e il cellulare era spento, avevo altri numeri in rubrica, ma per fortuna il secondo della lista si è precipitato. Sarei andata da sola, ma quando ho visto la mia schiena e la mia faccia cambiare colore ho avuto paura e ho pensato che avevo bisogno di qualcuno, di qualcuno che parlasse la mia lingua,  che sapesse chi sono e potesse aiutarmi giusto in caso.
E' andato tutto bene e sto prendendo i primi antistaminici della mia vita. Non so se davvero siano stati i frutti di mare a farmi male o una serie di sfortunate coincidenze che hanno fatto esplodere la reazione. C'è il fatto che il mio corpo adesso è continuamente esposto ad agenti diversi. Ed è vero che l'Inghilterra è un Paese sviluppato, ma c'è una quantità impressionante di persone da tutte le parti del mondo e ci sono cibi e cose che non ho mai provato. E a cui devo abituarmi. La mia orticaria come la più tipica delle diarree del viaggiatore.
Il Sistema Sanitario Nazionale Inglese mi ha permesso di essere visitata e curata gratuitamente e mi hanno dato anche le medicine di cui ho bisogno. 
Stamattina sono andata a prendere appuntamento per farmi registrare come nuova paziente nella clinica dei GP della mia zona. Non ho mai avuto bisogno del medico generico in Italia, ho sempre goduto di una salute resistente e figuriamoci che potevo saperne di allergie. Ma il corpo cambia e bisogna ascoltarlo. 

Oggi quando sono uscita dall'Università c'era stato un incidente ed un ciclista è morto. La zona era stata transennata e il corpo coperto, ma lo zaino nero e la bicicletta accartocciata erano ben visibili.

Poteva venirmi uno shock anafilattico e non avere il tempo di chiamare nessuno. Potevo passare la serata da sola nella waiting room di un ospedale pulito e con le sedie e qualche parete di un delizioso verde lime. Poteva non succedermi niente. Potevano accadere tante cose, ma io adesso ho la mia bella tazza di tea, i minimuffins, la casa tutta per me, la musica e il caldo del mio salotto e la mia pelle del mio bianco naturale.

Per qualcuno  da oggi, quel punto di Mile End, esattamente fuori alla facoltà di Ingegneria, rimarrà per sempre il luogo dove ha perso una persona cara. Io mi ricorderò, in quel punto, del giorno in cui sono guarita da una reazione allergica e posso stare qui a scriverne. We are so breakable.

Could you repeat, please?


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La lingua è un problema. Non so dopo quanto tempo ci si abitui. Tutto sommato il grosso lo afferro e comincia ad essere meno frequente il numero delle volte in cui sono costretta a chiedere di ripetere. Mi abitui ad accenti e velocità, anche se prima di rispondere passano quei tre secondi in cui il mio cervello elabora velocissimamente le informazioni e poi si attiva rispondere; nel frattempo fisso il mio interlocutore e sembra che avanti ai miei occhi compaia la clessidra di Windows del caricamento e non è detto che poi sappia spiegarmi al 100%.

Ieri sera sono andata in un pub con degli amici/colleghi ed ero veramente stanca, ma ho trascorso una bella serata, nonostante chiacchierare in inglese sia ancora qualcosa che mi richiede uno sforzo. Ieri avevo vicino a me una persona ed entrambi avevamo difficoltà di comunicazione in inglese, così c'è stato un po' di quel silenzio imbarazzante, nonostante abbia avvertito la voglia di chiacchierare. E ho pensato che fosse proprio un problema che non fosse italiano e forse lui ha pensato lo stesso di me che non ero del suo Paese. Forse è questo che blocca i rapporti in questa città: la gente è così diversa l'una dall'altra che alla fine non si riesce a superare questo muro che può diventare il riuscire a gestire solo una conversazione semplice e banale. 
Devo lavorarci un po' su.

"Perché voi siete di quelli che non hanno Paura"


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I giorni prendono forma piano piano, anche il tempo corre velocissimo. Questa è la fine della mia terza settimana qui a Londra. Sto cominciando a non perdermi più e a fare a meno della mappa della tube, ma benedetto chi ha inventato Google Maps e gli smartphone!Cammino tanto perché all'inizio di questa settimana abbiamo avuto la pessima notizia che la trattativa per la casa per cui avevamo firmato il pre-contratto è sfumata. Ci siamo ritrovati nuovamente in mezzo a Gumtree, Spareroom e Easyroomate. Un incubo di telefonate, spelling e appuntamenti saltati perché non si sa per quale fenomeno spazio-temporale le stanze andavano via. Gente che voleva piazzarti cessi. Giovani, persino italiani, che provano a convincerti che l'assenza del soggiorno e di un tavolo in cucina in una casa è il "London style", si mangia in camera. Ma anche no. Domani mattina c'è di nuovo il terrore di un buco nell'acqua. Magari la prossima volta che scriverò un post sarà altrove e non diciamo più niente.

In questi giorni a Lampedusa è successa una cosa molto brutta e mi è arrivata solo l'eco di certe idiozie che hanno detto in Italia. Mi sono chiesta cosa accomuna me e una qualsiasi delle persone che sono affogate e che forse non si troveranno mai più, inghiottite dal mare. Tante speranze, poche o nessuna alternativa nel Paese di partenza e alla partenza. 
Sostanzialmente la differenza sono i soldi, l'essere nata quegli X chilometri più a Nord, il mio biglietto Easyjet, i trasferimenti monetari dei miei genitori in caso di necessità, Skype, un contratto che mi aspettava, uno forse rinnovato, la possibilità di scegliere, anche se ho avuto e sto avendo tante difficoltà.
E' inutile fare i politically correct: la vera differenza la fanno i soldi, perché loro  probabilmente sono, erano, più forti fisicamente e psicologicamente di me, forse più preparati, laureati, speranzosi, innamorati, desiderosi di dare una svolta alla loro vita anche più di me, perché io un posto per tornare ce l'ho e loro invece no. Sono emigrata per scelta, nonostante tutto, mentre loro chissà se l'avrebbero fatto se avvessero potuto scegliere. 

Si possono sprecare tante parole: essere emigranti non è facile, a partire da una lingua che ti impedirà sempre di capire e comunicare al 100%, e chi parte non torna mai come era all'inizio.
Io ho sul mio desktop la foto pubblicata qui sotto. Ho un biglietto aereo prenotato per il 17 dicembre per passare Natale con chi amo. 

Loro non arriveranno mai, non torneranno mai.



Almond-eyes


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La prima impressione, cheppoi e' stata davvero un'impressione, mi e' venuta nel vedere l'aula piena di studenti asiatici. Molti sono ricchi ragazzi cinesi che desiderano un Master a Londra e noi siamo quelli che possono offrirglielo. Per la prima volta nella mia vita ho sentito descrivere gli studenti come customers. Pagano e vogliono il meglio, dove per meglio si intende "facile". Gli asiatici non ti capiscono, ti guardano smarriti e nei primi tempi pensi che tu non sia capace di spiegarti. In realta' non capiscono, ma hanno un grande rispetto per l'autorita' e cosi' sono persino spaventati dal farti domande. Qui ci sono persone da tutte le parti del mondo e va sempre tenuto in considerazione che il loro background non e' il nostro, le loro abitudini non sono le nostre. Gli asiatici mi sembrano anche super organizzati, camminano tutti con telefonini e tablet e sono pronti a cacciarti il file che hanno scaricato e qui l'Universita' mette tutto on-line. Tutto, ma proprio tutto. 

Io, per il momento ho ancora difficolta' con la tastiera.

"Favours", perché fa sempre più figo in inglese...


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... ma non è altro che la classica bomboniera...

Mi sono accorta di aver messo da parte già un numero considerevole di bomboniere. Matrimoni, lauree, nascite, insomma le solite cose. Ho una cassapanca dove dovrei conservare ciò che un giorno potrebbero servirmi. No, non la biancheria da corredo ché in quella non ci ho mai creduto. Ci sono anche le pagelle, i diplomi, i documenti, i miei denti da latte e altre cose conservate dal passato. Ho tirato fuori alcune bomboniere e ho avuto un po' di difficoltà a ricondurle all'evento a cui facevano riferimento. E questo è un male, visto che la bomboniera è il "ricordino" per eccellenza. Ho rimesso tutto a posto e ho pensato che forse una cristalliera non l'avrò mai, nemmeno una vetrinetta dove riporre questi simboli di chissaàchecosa in un'accozzaglia di stili e veletti. Le cristalliere sono tristi, come lo sono le mensolette di ninnoli che non avrei mai voglia di spolverare o i tavolini rotondi con la tovaglia di broccato e la piccola argenteria in bella mostra. Il problema è che non vai alla cerimonia, ricevi il tuo cadeaux e poi lo scarichi con i resti del pranzo da dodici portate. Pare brutto. Così finiscono da qualche parte fin quando non passa un numero sufficiente di anni a garantire la "gettabilità" e allora si regalano alle pesche di beneficenza (però che rabbia quando col numero estratto riporti a casa la bomboniera di un altro) oppure finiscono... Già, dove finiscono? Perché magari c'è il pezzo d'argento, la carrozza da principessa di cristallo, l'elicottero che sembra una balena, il porta-profumo giallo limone e quelli non puoi mica metterli nel sacco nero, però c'è pure la paletta per tagliare i dolci in madreperla che è deliziosa e quasi la userei. 
Ho sempre conservato molte cose, per ricordo, anche se ormai quasi mi fa paura riaprire certe scatole, e se poi non ricordo? oppure preferisco evitare quella leggera sensazione di imbarazzo che si ha nell' imbattersi in fasi passate della propria vita. Fotografare è meglio, semmai volessi stampare qualche foto occuperebbero poco spazio. E se la mia casa fosse troppo piccola per metterci una cassapanca? Queste cose comunque non verranno con me, ovunque andrò. Quello che ho imparato, nelle innumerevoli valigie che ho fatto, è che puoi trovare sempre solo un piccolo spazio per qualcosa di vecchio, ma devi lasciarne molto di più per qualcosa di nuovo.

Nickname, nickfake...


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Odio i nomignoli. Non sopporto gli storpiamenti dei nomi, figuriamoci dei "nomi alternativi". Ho sempre chiamato tutti con il nome di battesimo o con quello con cui volevano essere chiamati. Mi limito a fare elisioni, ma solo per velocità e mai perché mi piaccia farlo.
E' un'avversione relativamente recente, nel senso che odio i nomignoli che danno a me. Nickname o nomignoli affettuosi. Quando ho aperto per la prima volta un blog, nel lontano 2005, mi ero creata la mia identità alternativa utilizzando una parola che aveva un significato e che ho trovato molto utile perché, essendo una parola italianizzata dal dialetto, é praticamente inesistente e mai usata.
Per sei anni, invece, sono stata chiamata con un nome diverso dal mio, un soprannome venuto dai fumetti, che era diventata la mia identità. E alla fine io non ero nemmeno più io. L'unico soprannome che voglio conservare è quello che mi dà mia sorella, che però è anche una delle poche persone che mi conosce davvero. Dagli altri vorrei essere chiamata per nome, che è breve e che secondo me basta e avanza. Possiamo cambiare tutto di noi, ma il nome no, ci vuole troppo tempo e denaro per farlo, e dentro ci sarà sempre tutta la nostra individualità, la nostra unicità. 

While the tortano is in progress...


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Dove vivo io, durante la Settimana Santa, la gente viene presa da spirito mistico e diventano tutti penitenti. Ogni due anni fanno una enorme rappresentazione della Passione e puoi capire che è l'anno giusto guardando gli uomini che si fanno crescere la barba perché fa subito ebreo anno zero. 
Il paese si blocca e diventa tutto palcoscenico, mentre il pubblico viene dalle zone limitrofe a frotte. Inutile dire che non ho mai avuto la minima idea di uscire a guardarla, né di parteciparvi. Non mi piacciono gli affollamenti, soprattutto perché all'improvviso sembra che il posto in prima fila per godersi lo spettacolo sia la per la vita. Tra l'altro conosci gli interpreti e sai chi sono nella vita di tutti i giorni, io, ad esempio, ho frequentato Giuda.

Tutti gli anni, poi, ci sono le "processioni", che sono una tradizione di pochi posti. Chi va e si incappuccia di solito fa penitenza, ma c'è anche chi aspetta questo momento tutto l'anno, tra una jastemma e l'altra, per rimettersi in riga. Si canta, si prega, si portano in giro statue e oggetti vari. Ci sono Comuni che hanno più di una arciconfraternita e si organizzano in colori e strade da percorrere. L'anno scorso hanno sfiorato la rissa per motivi di precedenza. Le persone tra giovedì e venerdì fanno una vera e propria tirata notturna (spesso in motorino) per vederne più possibili. 

Da piccola ho partecipato anche io, nel coro femminile, ed era qualcosa che si faceva con le amiche ed era quasi avventurosa. L'anno che ho camminato letteralmente dormendo ho capito che bastava così. Ma ricordo una bella atmosfera solo alla processione della notte, quando alle 3/4 del mattino nessuno era per strada e si sentivano solo i passi di noi che camminavamo e i canti. 

"Andare a vedere le processioni" dalle parti mie è un po' come organizzare la Pasquetta, la tombola a Natale, la grigliata il 15 agosto. Quest'anno non sono scesa nemmeno giù al palazzo. Conosco ancora più della metà dei partecipanti, nonostante facce che spuntano solo di questo periodo, ero fisicamente distrutta dal viaggio di ritorno e dalla giornata passata all'Università. Tutto sommato potevo indovinare l'ordine e persino i partecipanti sotto i cappucci.
Certo è che queste tradizioni hanno ragione d'essere solo qui.  Ci sono generazioni che si tramandano queste abitudini, persino mio nonno faceva parte di un' arciconfraternita; è una responsabilità interrompere questa specie di filo rosso che lega memoria, tradizione al presente. Semmai avrò dei figli, sicuramente non verranno portati a passaggio durante la notte travestiti da ku klux klan. Non ho bisogno dello struscio notturno per aspettare la Pasqua.


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"Life is too short to wake up in the morning with regrets. So love the people who treat you right, forget about the ones who don't and believe that everything happens for a reason. If you get a chance, take it. If it changes your life, let it. Nobody said it'd be easy, they just promised it would be worth it."
Just thinking about what really matters in life. You can try to escape from who you are, but you'll never run so fast and then your fate will catch you. So why keep on running away? you may just stop and accept yourself, without any waste of time.

Fragile..


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There's an Ingrid Michaelson's song, called "Breakable", which says " Have you ever thought about what protects our hearts? Just a cage of rib bones and other various parts."

It's so deeply true, we are really fragile and what's happening in Japan is only one of the many proofs of that.
We learn that we are invincible because of our reasoning and science power, but Hearth reminds us that we are not. Japanese people grow up waiting for heartquakes and they get ready for the worst. But what is the worst?
It takes more than high technologies and training.
Big bad things happen and we are so fragile, so breakable.